Dietro il paesaggio scavato di Favignana c’era una vera filiera: i pirriatori estraevano a mano i conci e gli schifazzi li trasportavano via mare verso la Sicilia e il Nord Africa.
Le cave di Favignana sono uno degli elementi più riconoscibili del paesaggio dell’isola, ma dietro le pareti tagliate e i grandi vuoti nella calcarenite c’era soprattutto un lavoro umano. Gli addetti all’estrazione erano chiamati pirriatori: per generazioni hanno ricavato manualmente i blocchi di pietra, i conci, che poi lasciavano l’isola a bordo degli schifazzi, piccole imbarcazioni da trasporto dirette anche verso la Sicilia e il Nord Africa.
Visit Favignana riassume questa attività in circa 250 anni di estrazione. Il dato più interessante, però, è seguire la pietra dal taglio al viaggio: così le cave smettono di essere soltanto uno scenario spettacolare e diventano la traccia di una filiera mediterranea.
Chi erano i pirriatori
I pirriatori erano i cavatori che lavoravano la pietra di Favignana. L’estrazione avveniva a mano e richiedeva esperienza nel riconoscere il materiale, tracciare i tagli e staccare blocchi regolari. I conci erano destinati all’edilizia e il lavoro dei cavatori ha modificato profondamente la morfologia della parte pianeggiante dell’isola.
Ancora oggi, osservando alcune cave, si distinguono superfici quasi geometriche, pareti verticali e livelli abbassati rispetto al terreno circostante. Non sono forme naturali: sono il risultato di decenni di prelievo della pietra. La documentazione regionale sulla tutela paesaggistica riconosce proprio nell’attività estrattiva uno degli elementi che hanno caratterizzato la costa orientale e l’entroterra di Favignana.
Dai conci agli schifazzi
Una volta ricavati, i blocchi dovevano essere portati fuori dall’isola. La fonte turistica locale ricorda gli schifazzi, imbarcazioni utilizzate per trasportare i conci verso altri mercati, compreso il Nord Africa. È un passaggio che allarga la storia delle cave: ciò che veniva estratto a Favignana non restava necessariamente a Favignana, ma entrava in una rete di scambi via mare.
Il rapporto fra cava e costa diventa quindi essenziale. L’isola forniva il materiale, i pirriatori lo preparavano e il trasporto marittimo lo metteva in circolazione. Il paesaggio scavato che oggi attira fotografi e visitatori era, in origine, un luogo di produzione e lavoro.
Come leggere le cave durante una visita
Chi vuole approfondire può partire dalla nostra guida alle cave di tufo di Favignana, ma durante la visita vale la pena cambiare prospettiva: invece di guardare soltanto il vuoto della cava, cercare i segni del taglio, la regolarità delle pareti e la relazione fra i livelli estratti e il terreno superiore.
In diversi punti le vecchie cave hanno avuto una seconda vita. La vicinanza alla falda, la protezione dal vento e la particolare conformazione hanno favorito la trasformazione di alcuni spazi in giardini ipogei. Anche questo riuso racconta quanto il paesaggio contemporaneo dipenda ancora dall’attività dei cavatori.
Il termine “tufo” è quello più diffuso nel racconto locale, anche se dal punto di vista geologico la pietra di Favignana viene spesso descritta più precisamente come calcarenite. Per il visitatore la distinzione non cambia il cuore della storia: quei grandi tagli nell’isola furono realizzati da persone, con strumenti e conoscenze trasmesse nel tempo.
Ricordare i nomi pirriatori, conci e schifazzi serve proprio a questo. Permette di passare dalla cartolina alla storia materiale: chi scavava, che cosa produceva e come quella pietra attraversava il Mediterraneo.
Fonti: Visit Favignana, cave di tufo e giardini ipogei; Regione Siciliana, documentazione di tutela paesaggistica.
Immagine di copertina: Davide Mauro, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0; cave di Cala Rossa, adattata con ritaglio 16:9.
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